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alzò lo sguardo e capì immediatamente che era turbato da qualcosa che non era per niente connesso alla sua presenza lì. Mentre lo fissava, un senso di timore iniziò a pervaderla. Scattò su per le scale prima che il sergente Breem potesse fermarla. L’uomo fece per seguirla, ma vide Hernandez scuotere la testa.

      “Va tutto bene, sergente,” gli disse.

      “Cosa sta succedendo, Ryan?” chiese Jessie sottovoce, quando lo ebbe raggiunto in cima alle scale.

      “Devo parlarti privatamente fuori di qui,” sussurrò lui.

      “No. Cosa sta succedendo? Dov’è Garland?” chiese, passando oltre e guardando dentro alla camera da letto.

      Sbatté le palpebre lentamente, sperando che ciò che stava vedendo sul pavimento della stanza fosse un’illusione. Ma quando riaprì gli occhi, era ancora lì. Tra il medico legale e un tecnico addetto alla scena del crimine, era steso Garland Moses. Morto.

      CAPITOLO NOVE

      Jessie si sentì stringere il petto e scoprì di non riuscire a respirare.

      Cercò di parlare, ma dalla sua bocca uscì solo un roco sbuffo. Deglutì a fatica, cercando di lubrificare la gola improvvisamente asciutta. Allungò la mano per appoggiarsi al parapetto mentre strizzava gli occhi guardando Ryan, chiedendosi se questo potesse in qualche modo cambiare le cose.

      “Mi spiace,” le disse, allungando le braccia verso di lei.

      Jessie scosse la testa violentemente e lui si fermò.

      “Cosa?” gli chiese con tono assente, anche se l’aveva sentito benissimo.

      “Vieni con me,” le disse lui, prendendola per un braccio e guidandola fino a un balcone alla fine del corridoio.

      Si voltò a guardarla e aprì la bocca, ma non successe niente. Richiuse la bocca, apparentemente in difficoltà su come cominciare. Poi riprovò.

      “Pare che ieri sera sia tornato qui per controllare una pista. Da quello che abbiamo trovato fino ad ora, sembra che sia stato aggredito nella camera matrimoniale. C’è stata chiaramente una colluttazione. È stato ucciso, strangolato a morte.”

      Jessie sentiva che la sua mente vorticava, fuori controllo, e tentò di imbrigliarla. Parte del suo cervello stava già facendo domande sulla scena del crimine. Ma, furiosa con se stessa, lo zittì di forza, strizzando gli occhi come se fossero collegati a una sorta di interruttore interno.

      Garland era morto. Il profiler criminale così leggendario che lei stessa era stata inizialmente timorosa di avvicinare. L’uomo che alla fine era diventato per lei un mentore, e poi un amico a cui affidava i suoi segreti più oscuri, non l’avrebbe più presa in giro, né messa alla prova, né sostenuta. Se n’era andato.

      Jessie sentì un’ondata di dolore pervaderla mentre in lontananza udiva il rumore delle onde vere e proprie. Era come se l’oceano conoscesse il suo dolore e avesse deciso di offrirle una colonna sonora. Si chinò all’altezza della vita e ordinò a se stessa di fare diversi respiri profondi prima di tentare di nuovo di parlare.

      Quando le parve di aver riconquistato una certa misura di controllo sul proprio corpo, si rialzò. Ryan la stava studiando con espressione preoccupata.

      “Sto bene,” gli disse, anche se non era certa che fosse vero. “Portami sulla scena.”

      Ryan la fissò come se fosse pazza.

      “Non posso farlo,” le disse incredulo. “Non sei nella condizione per analizzare una scena del crimine in questo momento.”

      “Tu invece sì?” gli chiese, sentendo un improvviso e inappropriato livello di rabbia salirle dalle viscere. “Lo conoscevi anche tu.”

      “Sì,” le concesse Ryan. “Lo conoscevo e mi piaceva. Ma non gli ero per niente vicino e affezionato quanto te. E comunque è stato brutale per me. A dire il vero ho chiamato Trembley perché mi desse una mano, perché io stavo facendo fatica.”

      “È là dentro adesso?” chiese Jessie. Alan Trembley era il detective junior della squadra HSS alla Stazione Centrale. Nonostante la giovane età, aveva dimostrato di essere un agente energico e capace.

      “Sì, e sta facendo un ottimo lavoro. Gli vado a dire di occuparsene in modo da poterti portare a casa.”

      “No,” ribatté Jessie. “Non voglio che ti sfugga qualcosa di importante perché non eri qui.”

      “Jessie. È tutto sotto stretto controllo là dentro. Non stiamo usando la Polizia di Manhattan Beach per questa indagine. Gli agenti là dentro con Trembley sono dei nostri. Il medico legale e i tecnici della scena del crimine sono i nostri. Il capitano ha insistito che usassimo tutte le nostre risorse, e da Manhattan Beach non è arrivata nessuna obiezione. Stanno facendo foto, girando video. Tutto quello che si può fare, lo stanno facendo. Lascia che ti porti a casa. Chiederò a qualcuno di occuparsi della tua auto. Fidati di me. Non ci vuoi andare, là dentro.”

      Jessie guardò oltre la spalla di Ryan, in direzione della spiaggia in lontananza. La nebbia stava iniziando ad alzarsi. Ancora non si vedeva l’acqua, ma si scorgevano le sagome di diverse persone che camminavano sulla spiaggia.

      Chi mai va a farsi una passeggiata sulla spiaggia a quest’ora?

      Scosse la testa, frustrata con se stessa.

      Che differenza fa adesso? Concentrati!

      “Ok,” rispose alla fine. “Ma prima andiamo là sotto.”

      Ryan guardò nella direzione che stava indicando e annuì.

      “Aspetta solo un minuto,” le disse. “Voglio prima far sapere a Trembley quello che sta succedendo.”

      “Vai,” disse Jessie distrattamente. “Ci vediamo sulla sabbia.”

      Ryan la accompagnò giù dalle scale e poi tornò di sopra. Jessie uscì dalla porta e trovò una serie di gradini che conducevano dalla Strand alla pista ciclabile e poi, più sotto, alla spiaggia. Si levò le scarpe e le tenne con le punte delle dita infilate nei talloni mentre camminava verso l’acqua.

      Anche se era appena iniziata l’estate, a quest’ora la sabbia era ancora fresca mentre si spostava sotto ai suoi piedi e le si infilava tra le dita. Jessie camminò lentamente in modo da mantenere l’equilibrio, seguendo il suono delle onde più di qualsiasi traccia visiva. Quando fu più vicina alla battigia, le apparve davanti agli occhi una delle vecchie stazioni in legno blu della guardia costiera.

      Passò oltre e notò che la sabbia qui era più dura e impaccata. Ancora qualche passo e sentì il bagnato sotto ai piedi, dove la marea era recentemente arrivata. Ora l’acqua si vedeva. Jessie guardò le onde che ricadevano una sull’altra, creando delle increspature che formavano una schiuma bianca che le lambiva le punte dei piedi. Si sedette dove non poteva essere raggiunta dall’acqua e osservò.

      Dopo un po’ – non era sicura di quanto tempo fosse passato – Ryan arrivò e le si sedette accanto. Non disse niente e anche lei non parlò. Gli tese una mano e lui la strinse. Si piegò verso di lui e si appoggiò alla sua spalla. Pensò che forse il rumore delle onde stava coprendo quello dei suoi singhiozzi. Ma non ne era certa, e poi non le interessava.

*

      Guardò fino al sorgere del sole.

      All’inizio gli fu difficile, data la nebbia e il fatto che era distante di diversi isolati. Ma dopo aver trovato un binocolo nella camera matrimoniale, riuscì ad andare sul tetto e tenere d’occhio tutto il viavai a sei isolati di distanza lungo la Strand, dove tutto era successo.

      Si sentiva stranamente eccitato dall’accaduto. C’era una certa soddisfazione nel sapere che lui era il motivo per cui il fronte della spiaggia era stato nelle ultime due notti una sinfonia di sirene. Non lo capiva pienamente. La prima notte aveva senso. Ma la reazione della polizia nel mezzo della notte scorsa sembrava ancora più intensa del giorno precedente. Forse gli era sfuggito qualcosa.

      Alla fine, mentre il sole sorgeva oltre le colline a est, si ritirò nella casa che si era preso per questo periodo. Voleva dormire, ma era difficile

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